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Diario di Don Stefano n. 10

ciao
scrivo quello che penso sarà l’ultima lettera prima dell’atteso ritorno per le vacanze di ottobre in Italia. Ovviamente saranno vacanze dedicate sopratutto a incontrare gli amici per potersi raccontare dal vivo di questo anno
a presto
ds

 

E’ un po’ inevitabile quando si arriva in un mondo così diverso come lo Zambia, osservare mille particolari e dettagli, farsi rapidamente una collezione di aneddoti da raccontare e farsi prendere dalla tentazione di generalizzare col rischio di essere generici. “Gli italiani sono un popolo di santi, poeti e navigatori”, “I tedeschi hanno cattivo gusto perché si mettono i sandali con i calzini bianchi”, “I francesi sono spocchiosi e sciovinisti”,… e così via. Sono certamente generalizzazioni ma esistono tratti comuni che identificano una certa cultura e quindi un popolo.

Vi racconto qualche fatto per provare a spiegare come una delle cose che più colpisce del popolo zambiano (in realtà un insieme di molte tribù accomunate dal colonialismo inglese come Rhodesia settentrionale e poi dall’indipendenza raggiunta pacificamente nel 1964) è il rapporto strettissimo tra individuo e comunità. La dimensione comunitaria è qui fondamentale. Partiamo dalla famiglia dove il modo di vivere i rapporti è sostanzialmente differente rispetto al nostro modello.

Anzitutto sono poche le famiglie composte da due genitori con i loro figli naturali. Molti hanno figli prima di sposarsi da altre relazioni, molti sono gli orfani di uno o entrambi i genitori. Nessun bambino, o comunque pochissimi, è solo: tutti vivono con quelli che chiamano mamma, papà e fratelli. Spesso basta un’occhiata al colore della pelle e da ingenuo bianco gli chiedi: “Ma è veramente tuo fratello (o mamma o papà)?”.

Loro però non cedono al nostro schema familiare e un po’ straniti dalla domanda ti rispondono “sì” anche se è chiaro che non lo sono nel nostro senso stretto. Per loro però quelli con cui condividono il tetto e la polenta, sono vere mamme, papà e fratelli anche se noi li chiameremmo fratellastri, cugini, zie, zie, matrigne, patrigni,… tutte parole che per loro hanno un significato molto diverso e spesso non esistono nelle loro lingue.

Altro esempio. Quando uno commette un peccato pubblico, non può ricevere iì sacramenti. Siccome qui non è infrequente che le ragazze rimangano incinta fuori dal matrimonio (e il peccato è chiaramente pubblico per la donna … perché si vede) oppure che uno passi a un’altra chiesa per un certo periodo della vita, è previsto una apposito cammino detto “Back to sacrament”. Quello che per noi suona come il titolo di un film di fantascienza, è una serie di incontri di catechesi che si tengono più volte durante l’anno in ogni parrocchia. Al termine c’è la confessione e poi la domenica successiva, grande festa per quelli che tornano a ricevere l’Eucaristia.

Lo scorso mese lo abbiamo fatto per dodici donne (i papà l’hanno fatta franca per l’ingiusto principio che mater semper certa…). Confessioni molto ssenziali, piene di umiltà e di una vita non facile e poi grande gioia. Mi ha colpito la sorella di una di queste ragazze che mentre si cantava e ballava dopo la Comunione, è uscita ad abbracciare la sorella e tutte le altre con un puro senso di gioia per riaverle nella pienezza della comunità.

I funerali sono anche loro molto diversi rispetto al nostro mondo dove normalmente sono un fatto privato e molto intimo. Quando muore una persona subito la sua casa si trasforma in “funeral house”. Nel giardino di casa viene innalzato un tendone fatto  con le coperture dei camion sotto cui vengono messi tutti i divani reperibili in casa e dai vicini. Quello è il posto degli uomini. La casa è svuotata, si buttano dei materassi o delle stuoie per terra e quello diventa il posto delle donne. Si accende il fuoco e si inizia a cucinare la polenta. Da quel momento per un settimana o anche più, la casa è aperta e tutta la comunità va a trovare la famiglia del defunto trattenendosi anche per giorni e notti. Un po’ si prega, arrivano i cori a cantare, si piange e grida (le donne soprattutto) e ci si fa compagnia ricordando il morto e la sua eredità. La Messa è solo un breve (“solo” un paio d’ore) momento di questo rito collettivo con cui gli zambiani accompagno un membro della comunità e la sua famiglia nel momento della morte. I funerali sono uno degli impegni principali degli zambiani che avendo parenti sparsi in varie regioni, si sobbarcano viaggi di ore per stare qualche giorno a casa di qualche zio o cugino che magari non vedevano da anni ma al  ui
funerale per nessuna ragione possono mancare.

Ultimo esempio dal campo di calcio. I ragazzi hanno di solito un solo paio di scarpe con cui vanno a scuola: obbligatoriamente nere uguali per maschi e femmine. Appena possono però si tolgono le scarpe (per loro solamente un oggetto estetico) e girano in ciabatte. Giocare a calcio in ciabatte o con le Crocs di sottomarca cinese non è proprio agevole ma ci riescono dignitosamente anche perché sui loro campi di patate, la tecnica è un lusso quasi inutile. Però quando un ragazzo ha un paio di scarpe da calcio è una festa per tutti. La prima cosa da fare è cederne una a un compagno per cui ci saranno due giocatori con una scarpa sola e un piede scalzo. Tutto normale per loro! Le scuole o le squadre organizzate, hanno in dotazione un certo numero di scarpe (mai sufficienti) risalenti a qualche donazione e, quando si gioca, la partita inizia con la distribuzione delle scarpe ai vari giocatori. Il numero di piede ovviamente non è considerato e sei comunque ben contento della grazia di avere un sinistro 43 anche se tu calci con un destro 39. Confesso che ho rinunciato a partecipare a queste partite. Gioco solo con i bambini perché tra i campi pieni di buche e la foga che ci mettono, mi sarei già rotto tre caviglie.

Ci sarebbero mille altri esempi da fare ma me li tengo per il ritorno. Quello che è chiaro è che uno zambiano non si concepisce mai come individuo isolato ma sempre come membro di una famiglia, una tribù, un gruppo, una chiesa. Molto diverso dal nostro mondo individualista che spesso tende a diventare egoista. Non sono ingenuo dal non vedere che esiste anche un altro lato della medaglia che è il valore della persona per noi così decisivo (la libertà!) mentre qui è talvolta schiacciato e anche annullato dalla tua appartenenza famigliare, etnica e anche ecclesiale.

Ognuno ha il suo cammino da fare con ancora una volta la certezza che chi “risolve” il problema è solo Gesù il Dio che si è fatto uomo perché l’uomo (persona) in questo rapporto che si fa comunione possa diventare veramente uomo. Ditemi voi se si può non amare Gesù e la Santa fede Cattolica in Italia, in Zambia o in ogni parte del mondo!

ds