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Diario Don Stefano N. 12 bis

Una Storia

Scrivo con breve intervallo perchè in questi ultimi giorni sono stato coinvolto in una storia che va raccontata (l’interessata mi ha dato il permesso con un sorriso divertito).
A presto.

don Stefano

Gennaio 2020, Mazabuka

Musimbi (ragazza in Tonga) ha quindici anni ed è nella mia classe di catechismo in preparazione alla Cresima. Sicuramente timida è sempre molto puntuale, attenta e si capisce che è sveglia: una di quelle persone che parlano poco ma che quando parlano è perché hanno qualcosa da dire. Una sabato, alla fine della lezione, chiedo a lei di proporre la preghiera conclusiva. Di solito le preghiere libere seguono alcune formule tipiche: “Ti ringraziamo Dio per questa giornata, la vita,… proteggi noi e le nostre famiglie,…”. Quel giorno invece Musimbi compone una preghiera molto personale e profonda che mi stupisce perché spalanca uno squarcio su una persona che si intuisce speciale. Finita la lezione vado a ringraziarla. Mi fissa e mi chiede: “Perché tu fai il prete?”. Resto meravigliato perché è una domanda che pochissimi fanno e di solito non dopo poco tempo che ci si conosce. Rispondo in modo piuttosto veloce e lei subito incalza: “Te lo chiedo perché io voglio essere una suora”. La meraviglia aumenta non perché sia la prima che me lo dice (in Italia mai capitato, qui è molto comune e solo quest’anno due ragazze sono partite per verificare la vocazione) ma per la serietà con cui mi fissa. La prendo da parte e le chiedo di raccontarmi come le è nato questo desiderio. “Ho sognato Gesù che mi chiede di aiutarlo”. Mi viene un groppo alla gola perché non potevo dubitare della verità di quello che mi stava dicendo sia per la sua serietà e calma sia perché mi sembra evidente che se Dio dovesse scegliere qualcuno a cui mandare un segno speciale, sarebbe proprio una persona semplice e umile come Musimbi. Le dico di pregare tutti i giorni per questo suo desiderio e le chiedo se conosce la storia di qualche santa. “Non ho libri, anzi mi potresti regalare un vangelo?”. Alla prima occasione compro al Catholic Bookshop della diocesi, un vangelo in Inglese e paio di libretti per ragazzi con la vita di Madre Teresa e Santa Teresina del Bambin Gesù: un desiderio di vocazione merita di avere grandi modelli.

Eravamo quasi alla fine dell’anno catechistico e durante le vacanze di Natale vedo Musimbi solo dopo una Messa feriale a cui aveva partecipato. Sempre timida ma sorridente e decisa, scambiamo due parole e mi dice che il libro di Madre Teresa le piace molto. Mi regala un racconto scritto da lei che parla di un serpente che viene convinto a diventare buono ma la gente non ci crede e lo prendono a bastonate. Molto originale, in linea con il personaggio.

Prima della Messa dell’Epifania Musimbi mi viene a cercare. “Sono triste perché il 28 dicembre è morto mio papà. Adesso abbiamo un mese di tempo per lasciare la nostra casa e la mamma vuole mandarmi a Lusaka da mio fratello maggiore”. Manca una settimana all’inizio delle scuole. Ci penso tutta la Messa mentre con lo sguardo cerco spesso Musimbi seduta in terza fila con lo sguardo basso. Finita la Messa la fermo e le dico che vorrei mi portasse a casa sua per incontrare la famiglia. E’ parecchio imbarazzata perché non è comune che un personaggio “importante” come il prete visiti le case della gente, però accetta. Mi dice che è lontano e ci diamo un appuntamento in città dove passare a prenderla in macchina. Scopro quindi che vive molto lontano tanto che per venire a piedi al catechismo il sabato mattina, deve partire da casa verso le sei e camminare per più di un’ora tra i campi. Il padre lavorava in una fattoria e alla famiglia era stata assegnata una casa col tetto in eternit a forma di hangar e una sola finestrella che invece del vetro ha un pezzo di lamiera arrugginito. Non più di venti metri quadri con due stanzette chiuse da
tende blu appese con mollette da bucato e un parte comune dove c’è solo qualche sgabello consumato e un ferro da stiro in un angolo. Una lampadina alogena collegata con un filo che penzola dal soffitto fornisce l’unica luce. Mi viene in mente la casa di Bernadette a Lourdes e trovo che il paragone con Musimbi sia molto calzante.

Seduti per terra ci sono la madre, un fratello maggiore, un fratello piccolo di circa sette anni e un paio di amici di famiglia tra cui una nostra parrocchiana che avevo visto con Musimbi domenica a Messa. La vicenda del padre è quella di tanti: non sta bene, va all’ospedale dove non gli trovano niente e dopo una flebo di fisiologica e forse qualche pastiglia di antidolorifico lo rimandano a casa. In meno di una settimana l’uomo muore in casa seduto sul pavimento spoglio e annerito dal fumo del carbone. Lo portano al villaggio per il funerale tradizionale (niente prete o Messa), viene sepolto e la famiglia torna a casa con un futuro totalmente incognito.

La madre mi spiega che essendo morto il marito non hanno più diritto alla casa. L’unica sua possibilità è tornare al villaggio della sua famiglia a quattro ore da Mazabuka ma può portare con sé solo il figlio più piccolo. Il secondogenito lavora già nella fattoria ma per Musimbi non sa cosa fare perché le mancano solo due anni di scuola e andare a Lusaka nella grande città, vorrebbe dire cambiare tutto. L’amica di famiglia si offre di prendere con sé Musimbi. Mi fa l’elenco dei figli e parenti vari che vivono nella sua casa: perdo il conto dopo il quinto. Uno bocca in più da sfamare non sembra faccia grande differenza. Chiedo di parlare con Musimbi in privato per capire se questa possibilità le possa andare bene e mi sembra convinta anche se questo vuol dire non rivedere più la mamma per molto tempo essendo così distante come chilometri e costo del trasporto. L’unica richiesta che mi fanno è di aiutare per il pagamento delle tasse scolastiche: 200 kwacha a trimestre, neanche 20 euro.

Lascio il mio numero di telefono al fratello maggiore e alla sera Musimbi mi chiama. “Penso sia meglio andare a vivere a City of Joy. Puoi chiedere alle suore se mi prendono. Mi sembra ci siano troppe persone nell’altra famiglia”. City of Joy è il centro delle Suore di Maria Ausiliatrice dove ci sono due case per ragazze allontanate dalle famiglie. Capisco bene le sua richiesta perché spesso queste persone accolte in casa da parenti o amici per ricambiare dell’accoglienza devono farsi carico di tutti i lavori domestici: pulire, cucinare, lavare,…

Per adesso la storia di Musimbi si ferma qui. La suora filippina che dirige il centro dice che è disponibile ma bisognerà passare dai Social Affair per le questioni burocratiche. Ho cercato di essere il più essenziale e asciutto possibile in questa storia che ha molti aspetti tipici della vita qui in Zambia e che più volte mi ha fatto commuovere. Talvolta qui è come essere in Terra Santa perché si incontrano persone e situazioni che sembrano uscite direttamente da qualche pagina del vangelo o di storia della Chiesa: l’annunciazione, il sogno di san Damiano, l’obolo della vedova, Bernadette la cui casa era una ex cella del carcere abbandonata perché troppo malsana, “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”, …
Tutto questo è vero e reale e qui accade proprio così