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Diario Don Stefano N. 18

Ciao a tutti;

siamo sempre in regime di lockdown. Vita molto diversa dal solito ma molto interessante. Ad oggi ancora nessun collegamento aereo con l’Italia. La situazione qui da noi è tranquilla con nessun caso segnalato in città mentre in altre parti dello Zambia ci sono casi anche se i morti pare siano solo 7. Io sto bene e penso spesso agli amici italiani.

un abbraccio
don Stefano

Mazabuka, Maggio 2020

Siamo ancora in periodo di sospensione dei raduni e quindi niente Messa con la comunità.

Oramai sono passati quasi due mesi e, pur nell’incertezza dei numeri, non se ne vede la fine perché i casi adesso sono in aumento anche se ad oggi non nella nostra provincia. E’ stata annunciata la riapertura delle scuole per il primo giugno solo per quelle classi che dovranno sostenere un esame a fine anno ma non è improbabile che il governo cambi idea.

Tempo quindi di grande libertà che diventa quindi l’occasione per poter scegliere a cosa dedicarsi. Il programma della giornata si è definito giorno dopo giorno. Alla mattina celebro Messa dalle suore indiane (anche le salesiane chiedono la Messa solo due giorni alla settimana). La loro cappella è una stanzetta di pochi metri quadrati addobbata stile Bolliwood con tendaggi a paillettes, fiori di plastica, candele profumate. Le due suore però sono di una umiltà commovente: tutta la Messa sedute per terra o in ginocchio e mi aspettano come un dono. Molto maternamente mi preparano la colazione spesso cucinando un chapati che, dopo mesi di lontananza dall’Italia, potrebbe quasi ricordare una piadina romagnola.

Tornato a casa lodi con don Roberto, caffè zambiano (le scorte di Lavazza sono finite causa mancati rifornimenti dei visitors) e un’oretta di Bibbia in Tonga. Verso le nove metto gessi e libri nello zaino e vado in uno degli shelter che è diventato l’aula per le lezioni di matematica. Le prime settimane c’era un gruppo di piccoli a cui insegnavo le quattro operazioni, adesso sono arrivati i grandi delle superiori. Mi piace moltissimo soprattutto provare ad appassionarli allo studio e al gusto di capire. Qui la scuola è molto finalizzata agli esami che ti fanno accedere al college per sperare in un posto pubblico come insegnante, poliziotto o infermiera. Sembra il posto fisso di Checco Zalone ma qui di fatto non esistono molte alternative se non il piccolo commercio al dettaglio che ha margini di guadagno bassissimi. Anche nella scelta della futura professione, il talento personale o le proprie inclinazioni sembra siano un lusso a cui non si può dare peso.

Figurarsi il lusso di apprezzare la logica di una dimostrazione o la coerenza del linguaggio matematico. Eppure mi pare che di questo viva l’uomo: verità, bellezza, rigore, eleganza … Possono apparire lussi quando il problema è mangiare almeno una volta al giorno ma se non potrai mai goderti il lusso di avere abbastanza soldi da non preoccuparti del futuro, almeno ci si può godere il lusso di sviluppare al massimo quello che Dio ci ha donato gratuitamente.

Dopo pranzo torno ancora allo shelter ma questa volta nello zaino ci sono le carte, i tappi delle bottiglie per giocare a subbuteo o forza 4 e in spalla la chitarra. Pian piano si raduna ancora il gruppetto dei ragazzi che abitano nella zona e insieme giochiamo e cantiamo. Sono sempre molto contenti di imparare qualche canto nuovo o di insegnarmi qualcuno dei loro canti che in generale sono proprio adatti al mio livello di mediocre chitarrista: tonica-sottodominante-dominante, non si sbaglia, il giro è sempre quello. Ogni giorno mi chiedono di ripetere allo sfinimento “O Freedom” che ormai penso conosca tutta Mazabuka da quanto lo gridano. Ieri per cercare di variare il canto abbiamo composto qualche nuova strofa ispirandoci all’attualità: “No more virus …” oppure “No more school…”. Provate: non sarà Mogol o Da Ponte ma funzionano. I ragazzi non hanno nessuna vergogna a cantare e ci sarebbero delle voci bellissime se qualcuno si impegnasse per insegnargli come usarle. Se sulla matematica mi sento ferrato, non così per il canto.

Alle cinque ci fermiamo per il Rosario a cui sono diventati fedelissimi e adesso anche bravi nel non incepparsi troppo con l’Ave Maria in inglese. Per semplificargli le cose gli ho detto di dire “Hey Mary” invece dell’aulico “Hail Mary”. Il senso mi sembra lo stesso ma più familiare… E’ l’occasione per condividere le nostre intenzioni, la prima della quale è sempre la protezione contro il virus e il ricordo di tutti gli ammalati. Anche qui è giunta la notizia che l’Italia è stato uno dei paesi più colpiti e quindi gli racconto delle persone che conosco che si sono ammalate o sono morte e insieme preghiamo per loro. Mentre preghiamo li guardo in faccia e penso alle loro storie che ormai inizio a conoscere. C’è Controller (abbiamo ancora un anno per convincerlo a farsi battezzare con un nome cristiano…) che indossa sempre la stessa maglia di Messi: a furia di lavarla più che blaugrana sembra una maglia bianca del Real. Sulla schiena Messi è diventato Mess che in inglese vuol dire “confusione, caos”: decisamente mi sembra il nome giusto. Il padre di Controller che guida i treni della Sugar Company, ha avuto più di una moglie e non ho ancora capito quanti figli. Tra di loro, quando non sono a dormire nella casa dalla loro mamma, partecipano al gruppo Rita, una delle migliori in matematica, Shelly, un’attrice nata, Sani che ha una bellissima voce. Poi partecipano alcuni figli di Mr Milimo (anche qui le mamme penso siano diverse ma l’ultima se l’è sposata in chiesa a novembre): Chipo che vuol dire dono, Ncimunya e Victoria. Ncimunya è un nome unisex molto comune che in Tonga vuol dire “lo stesso”: si usa per il secondogenito se ha lo stesso sesso
del primogenito… Non manca mai Gloria figlia di Master anche lei una grande voce e un talento teatrale sconfinato. Altri che talvolta partecipano sono Webby penultimo di dieci fratelli rimasti orfani e Ignatius che quando sono andato per iscriverlo alla scuola superiore non sapeva come si scrivesse il suo nome. Ha circa nove fratelli e vivono in una casa in costruzione veramente terribile.

Oltre alla vita i suoi genitori gli hanno regalato la sieropositività. Hamphrey il capo chierichetto è penultimo di cinque più un numero imprecisato di cugini e figli adottivi (di cui uno seminarista) cresciuti dalla sua bravissima mamma che lavora qui da noi. Il padre non vive con loro perché pare lavori dall’altra parte dello Zambia e praticamente non è mai a casa. Ce ne sono anche altri ma in generale le loro storie sono tutte così ed è facile immaginare la Madonna che, nel tramonto bellissimo di ogni sera mentre preghiamo il Rosario, si china su di loro come su figli prediletti.

A presto
ds.