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Diario Don Stefano N. 20

Ciao a tutti; ci ho messo un po’ a scrivere perchè questo ultimo mese è stato stranamente impegnato. Don Roberto è in Italia per le sue vacanze e quindi sono nel mio mese “monastico” in casa da sola. A volte ci pensa la mitica Zesco (società elettrica zambiana) a rallegrare le mie serate in solitudine, staccando la corrente. Solo, in Africa, al buio… Per fortuna hanno inventato i portatili con la batteria.
Per adesso solo la Ethiopian ha ripreso i voli con l’italia tre giorni alla settimana con uno scalo aggiuntivo in Zimbawe. Non ho ancora preso il biglietto in attesa anche di sapere se mi toccherà fare la quarantena per rientrare in Italia. Nel caso prenoto una camera alla Capanna Margherita … almeno sono in un bel posto.
vi farò sapere

don Stefano


Mazabuka, luglio 2020

Vi racconto di due ragazzi che hanno bussato alla nostra porta in questo ultimo mese. Robert in realtà non ha bussato lui ma ci è stato portato. Erano già passate le nove e quindi ci eravamo già sprangati in casa quando sentiamo che qualcuno chiama da fuori. Buio pesto e si intuisce un gruppo di zambiani oltre il cancello, scuri anche loro… Non certo una situazione incoraggiante. Don Roberto esce (tenendo il cancello chiuso) a vedere cosa vogliono e gli raccontano di aver trovato a dormire per strada questo ragazzo che non parla ed  evidentemente ha dei problemi. Hanno quindi pensato bene di portarlo ai preti bianchi. La prima notte lo mettiamo a dormire nella cucina parrocchiale. La mattina dopo cerchiamo di capirci di più. Robert avrà circa diciotto anni, riesce a dire solo il suo nome in qualunque lingua lo si interroghi.

Ha evidentemente un ritardo mentale grave ma è un tipo sorridente e pacifico. Lo portiamo alla polizia che dopo averci chiesto se era un nostro parente (domanda molto intelligente…) ci consigliano di abbandonarlo in strada. Ennesima prova che la polizia zambiana esiste solo per vessare gli automobilisti con le loro malefiche speed trap.

Proviamo quindi con gli assistenti sociali i quali però non riuscendo a cavare da Robert alcuna informazione con cui rintracciare la famiglia, ci dicono che faranno qualche ricerca ma ci lasciano poche speranze. Dopo una settimana, nessun risultato e ci propongono di portarlo al mercato per vedere se qualcuno lo riconosce. Nel frattempo scopriamo che Robert soffre di qualche forma di epilessia perché ogni tanto sviene lungo disteso. Lo ricoverano una notte in ospedale e poi ce lo rimandano con un sacchetto di medicine. Nel frattempo Robert è stato adottato da “San” Master (il nostro custode tuttofare, veramente un grande uomo che ha iniziato quest’anno il corso per il Battesimo). Provo a chiamare qualche ordine religioso che gestiscono orfanotrofi ma nessuno accoglie maggiorenni e in Zambia non esistono strutture che si prendano cura di persone come Robert. Unica possibilità è un ospedale psichiatrico a Lusaka dove ci consigliano di farlo ricoverare,
previa serie di esami nell’ospedale locale. Lo portiamo per un altro breve ricovero ma durante la notte Robert, che evidentemente aveva capito cosa gli stava succedendo, sparisce…senza scarpe.

Da allora sono passate due settimane e non ci sono sue notizie. Il secondo compagno di questo periodo è un ragazzino di 12 anni circa, Keith. E’ figlio del nostro segretario parrocchiale ma sembra proprio un ragazzo di strada. Ogni mattina arriva alle otto a suonare il campanello. Le scuole sono ancora chiuse e evidentemente non sa cosa fare e nessuno bada a lui. A parte i vestiti laceri e sempre sporchi (cosa comune un po’ a tutti), ha sempre il moccio al naso, labbra screpolate (adesso c’è molto vento e alla mattina fa freddo) e mani con la
pelle secca e rotta. Viene con la scusa della matematica ma poi con gli altri bambini si vergogna e non risponde mai alle domande anche se poi non è così male. Evidentemente nessuno lo guarda a casa e fa veramente tenerezza. Venerdì andavo a trovare i malati e mi ha accompagnato tutto il tempo dandomi la mano come un bambino. Arrivati alle case dei malati, si fermava fuori ad aspettarmi per riprendermi per mano e andare verso la prossima casa. Lunedì mattina ero a Lusaka e oggi sono andato a un funerale (Mr Mudoma, un gigante che veniva sempre a Messa con la moglie al giovedì ed era un piacere ascoltarlo cantare con una bellissima voce da basso tipo
Berry White). Quando l’ho incrociato questa mattina e ha capito che ero impegnato, ha fatto una faccia tristissima da strappare il cuore. (1 Tessalonicesi: “Così affezionati a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari”).

Ormai questo lungo periodo di chiusura delle scuole, ha creato un giro di ragazzini che sono sicuro di trovare ogni mattina appena metto piedi fuori casa che mi corrono incontro. Questo fatto di essere atteso da questi bambini così bambini, mostra in modo commovente che l’unica cosa di cui c’è bisogno è trovare qualcuno che ti voglia bene e attaccarsi senza pudore a questo amore. Altra pagina di vangelo che in Africa diventa lampante è quando Gesù dice agli apostoli che se “non ritorneranno come bambini non potranno entrare nel regno dei cieli”. Capisco che questa è la cosa più difficile soprattutto per noi che abbiamo il mito dell’uomo che “non deve chiedere mai”. Forse
ci vuole una vita intera per questa conversione, oppure “basta” venire in Africa.

A presto
ds