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Diario Don Stefano N. 23

 Lusaka, 23 Novembre 2020 

Prime News proprio nei giorni del mia primo arrivo in Zambia nel 2018. Siamo riuniti tutti e sei i Fidei Donum milanesi per gli esercizi spirituali presso le suore di San Carlo Borromeo (preti italiani ospiti in Zambia di suore polacche appartenenti a una congregazione ispirata al nostro santo patrono … stranezze della Chiesa veramente cattolica). Il silenzio soprattutto alla sera (cena alle 18:30!!!) non è proprio rigoroso, soprattutto alla sera ma compensiamo il fatto che riusciamo a vederci una volta al mese e quindi c’è proprio voglia di raccontarsi. 

Il ritorno a Mazabuka è stato, come prevedibile, molto caloroso. Sia perché siamo nella stagione calda (per adesso solo un paio di temporali che però hanno già trasformato il paesaggio) sia per l’attesa di bambini e ragazzi. Devo dire che anche io quest’anno sono tornato sentendomi proprio a casa e non mi è pesato il distacco dall’Italia. Qui anche i pochi segni della fantomatica presenza del Covid, sono spariti per cui non si usa più la mascherina e anche in Chiesa non si osserva alcuna distanza. I giovani provano ancora a usare la scusa di essersi dimenticati la mascherina per stare fuori e chiacchierare ma è appunto solo una scusa. 

L’inconfondibile profilo (canappia…) di San Carlo nella cappella delle Borromeo Sisters 

I lavori della nuova chiesa (c minuscola per l’edificio mentre la Chiesa c’è già) procedono e a breve dovrebbe essere gettata la soletta e i plinti per la struttura in acciaio. Ancora non si vede molto ma cresce l’attesa. 

Questo primo mese è stato subito costellato da quotidiane richieste di aiuto forse incrementate dal fatto che la poverissima economia zambiana va di male in peggio e settimana scorsa ha rischiato il default per non aver pagato qualche miliardo di dollari di un debito internazionale. La corrente elettrica continua a mancare 6 ore al giorno e la moneta locale ha avuto un deprezzamento del 100% circa in meno di un anno. Alla porta di casa bussano quindi in tanti. Quasi tutti vedendo il cantiere della chiesa, chiedono di essere assunti ma con la lista che abbiamo compilato ci potremmo costruire il duomo di Milano e quindi pochi saranno quelli che ne beneficeranno. Molti chiedono cibo e allora dividiamo con loro le offerte che riceviamo alla domenica: cinque o sei patate, un litro di latte, un chilo di zucchero che si rivende bene al mercato, qualche cipolla e magari uova. Tutti ringraziano di cuore e qualcuno mi lascia di stucco dicendo: “God is great”. Ancora una volta ci viene data la possibilità di vivere il Vangelo: “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”. 

Settimana scorsa è arrivato Cea detto Mike. All’apparenza gli avrei dato 20 anni, invece mi ha detto che ne ha 32. Sta per essere buttato fuori di casa con la moglie e la figlioletta. Mi chiede una mano per pagare due mesi arretrati di affito: 500 kwacha. Nella mente faccio la conversione: poco più di 20 euro. Venti euro per dare un tetto a una famiglia. Da un lato non mi costa praticamente niente, dall’altro di famiglie nella situazione di Cea o anche peggio, ce ne saranno a centinaia. E’ sempre un dramma dover decidere cosa fare perché ce l’hai davanti la faccia e la storia a cui devi rispondere. Non ho il problema della “povertà” ma il problema di Cea, Anitha e Justine. Non ho ancora trovato un criterio o una regola. Si sente sempre in agguato il rischio che da preti ci trasformiamo in bancomat per cui uno ci cerca solo per l’aiuto materiale che gli puoi dare. Questa volta decido di far lavorare Cea per scavare un drenaggio in preparazione alle piogge e alla fine gli do i soldi. Gli spiego che quando si riceve un aiuto la cosa più importante è la mano che te lo dà perché se non guardi a quella, ti perdi il più. Per rafforzare questo 

concetto mi auto-invito a casa sua. Il giorno dopo arriva e mi porta nella sua stanza. La casa infatti è una stanza di quattro metri per quattro divisa da una tenda oltre la quale c’è il letto. Poi un tavolino, tre sgabelli e al muro un poster con un Gesù stile Hollywood con pecorella in spalla e la scritta: “I’m the Good Shepherd”. La moglie è una bellissima ragazza timida e silenziosa con in braccio Justine di circa un anno che mi guarda con occhioni spauriti ma senza piangere. Mi racconta che di solito si guadagna da vivere andando sul fiume Kafue a comprare il pesce per poi venderlo in città ma attualmente gli manca il capitale per il trasporto, comprare un cubo di ghiaccio e 800 kwacha di pesce. Mi sembra un tipo intraprendente e quindi provo a finanziarlo non prima di avergli spiegato qualche elementare nozione di commercio. Ho visto più volte che gli zambiani confondono il profitto con il ricavo per cui se spendono 1000 kwacha e alla fine incassano 500 kwacha per loro quello è un profitto! Ecco perché mancano sempre del capitale ma penso sia una delle conseguenze del loro poter vivere solo alla giornata. Stendiamo un semplice business plan con costi previsti e ricavi attesi e adesso non resta che vedere se Cea tornerà a restituirmi il prestito magari avendo fatto anche un profitto. 

Confesso che non è facile tenere libero il cuore e non giudicare quando si è tempestati da tutte queste richieste così urgenti e drammatiche. La carità è veramente un cuore nuovo e non tanto quello che si dà. Certamente per noi è “facile” dare (e anche quest’anno ho visto una generosità incredibile in Italia) molto più difficile dare con carità. Ho trovato una frase paradossale ma vera di San Vincenzo: “I poveri ci perdonano quello che gli diamo solo per l’amore con cui glielo diamo”. Verissimo e … molto difficile. Praticamente un miracolo. 

A presto 

dS