Ancora nessun commento

Piccole Note – 8 marzo 2020

DOMENICA DELLA SAMARITANA

«Giunge una donna samaritana ad attingere acqua.

Le dice Gesù:

“Dammi da bere”» (Gv 4, 7)

Cosa avrà spinto Gesù a chiedere acqua a una donna, straniera, di un’altra religione, sola, tutte cose che all’epoca erano inammissibili? Noi non ci avremmo visto alcuna utilità, né alcuna speranza di ottenere successo, ci sarebbe sembrato di andare incontro ad una sconfitta sicura.

Ma Gesù cerca sempre l’incontro. Parte da un pretesto, un fazzoletto di terreno comune gli è sufficiente per ricevere un prima risposta. Appena vede aprirsi un varco si inserisce, allarga la conversazione, cerca di sfiorare il cuore, per portare luce. E come in ogni dialogo vero accadono sorprese, si fanno scoperte, la persona è diversa da come appariva a prima vista.

Dio è amore e quindi cerca il dialogo per valorizzare tutti.

 

Riflessione sulla Quaresima

A che cosa vuole dunque alludere questo continuo ripetersi del numero quaranta? Negli ultimi tempi della storia d’Israele, i quarant’an­ni della peregrinazione nel deserto hanno cominciato a essere considerati il tempo, per dir così, del primo amore tra Dio e Israele. Gli anni del deserto apparve­ro così come gli anni dell’elezione speciale.

Ma nella Bibbia il periodo del deserto appare anche come il tem­po delle tentazioni e dei pericoli più grandi: è il tempo in cui Israele mormora contro il suo Dio, in cui è in­soddisfatto di lui, e vorrebbe ritornare al paganesimo.

Nel sentir tutto ciò, viene da pensare che qui sia de­scritta anche la nostra situazione. In maniera del tut­to nuova, la Chiesa è anche oggi entrata nel tempo dei «quaranta giorni», nel tempo del deserto. Essa ha perso tante dimore e sicurezze terrene. Nulla di ciò che sem­brava sorreggerla tiene più: intorno a essa soltanto il deserto, che la costringe costantemente a peregrinare. E anche la Chiesa del nostro tempo è assalita dalle al­lucinazioni del deserto, dalle sue tentazioni. Poiché il Dio lontano si è fatto così inafferrabile, cerca anch’es­sa concretamente di provare a intendere l’appartenenza al mondo come quintessenza del cristianesimo, di in­terpretare il gettarsi a capofitto nelle cose del mondo come autentico servizio di Gesù Cristo.

Chiesa nel deserto, Chiesa nella “quaresima” que­sta è la nostra esperienza: una Chiesa sospesa nel vuo­to, in un mondo che pare esser diventato, sotto il pro­filo religioso, senza parola né immagine, muto; incar­dinata in un mondo nel quale il cielo che ci sovrasta è oscuro, lontano e inafferrabile.

E, ciò nonostante, anche per noi, anche per la Chie­sa di oggi, questo tempo di deserto può trasformarsi in tempo di grazia, nel quale, dallo struggimento della lontananza, può nascere un amore nuovo.

Se continueremo a camminare pazientemente nella fede, anche per noi potrà sorgere da questa tenebra un giorno nuovo. E il mondo luminoso di Dio, il mondo perduto, intes­suto d’immagini e di suoni, ci sarà ridonato come nuo­vo: come un nuovo mattino che s’apre nella creazione di Dio, che è davvero «cosa buona ».

Joseph Ratzinger

 

Da cosa ripartire

La peste è un grande libro che Camus scrive tra 1941 e 1946, mentre attraversa la cupa esperienza della Francia assediata dalle truppe hitleriane. È un libro in cui si possono trovare tante coincidenze con la situazione che parti di Italia stanno vivendo in questi giorni: le città chiuse, l’incontrollabilità del contagio, la girandola fuori controllo delle informazioni, la ricerca affannosa della medicina in grado di fermare l’epidemia.

Il virus nel libro di Camus ha la forma di topi che infestano in modo inesorabile la città in cui la storia è ambientata, Orano. Ma quello che rende interessante e quasi necessaria la lettura della Peste è la ragion d’essere di questo libro: Camus lo scrive non perché gli interessi documentare un incubo, ma all’opposto perché gli interessa testimoniare la possibilità di un antidoto.

Se La peste è nella sostanza una metafora che fotografa la caduta morale di un popolo e di una comunità umana, la risposta di Camus è una risposta radicalmente antinichilista.

Non si affida alle ideologie, ai proclami, agli eroismi e neanche ai santi, data la sua matrice laica. Si affida allo sguardo del narratore, il dottor Bernard Rieux, che con pragmatismo e assoluta dedizione affronta questa battaglia che per lui è insieme professionale e umana. Rieux attraversa il tunnel della peste rimboccandosi le maniche, senza mai tirarsi indietro, mosso dalla coscienza del suo compito ma insieme desideroso di cercare un perché. Il perché di “di quella tetra lotta tra la felicità di ogni uomo e l’astratto della peste”.

La peste è dunque un “astratto”, cioè una negazione dell’umano. E contro questo nemico il dottor Rieux combatte senza massimalismi: “Non ho inclinazione per l’eroismo e la santità”, dice di sé. “Essere un uomo, questo mi interessa”. Riconosce che per lui la peste è professionalmente “un’interminabile sconfitta”. Ma questo non lo esime dal fare come “il minimo prete di campagna, che amministra i suoi parrocchiani e ha sentito il respiro dei moribondi: cura la miseria prima di volerne dimostrare la perfezione”.

Camus è uno scrittore ostinatamente umano (“in mezzo ai flagelli si impara che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare”, scrive) e in questo rappresenta qualcosa di davvero unico nel panorama della cultura europea del 900.

La squadra che nel libro agisce, insieme a Rieux, nello scenario della peste è mossa dalla sua stessa ostinazione a non darsi per vinti davanti a quel nemico “astratto” che pregiudica la possibilità di felicità per gli uomini. Poco alla volta nel corso del libro in Rieux si fa largo timidamente la luce di una consapevolezza rivelatrice.

Scrive Camus: “Rieux sapeva che un mondo senza amore era come un mondo morto e che viene sempre un’ora in cui ci si stanca delle prigioni, del lavoro e del coraggio, per domandare il viso d’una creatura e un cuore che l’affetto riempie di stupore”.

Le pagine finali del libro, con i fuochi d’artificio che nella notte illuminano il cielo di Orano e riempiono di allegria le persone nel festeggiare la fine della peste, sono la rappresentazione di un desiderio che è nel cuore di ogni uomo, a cominciare evidentemente dal nostro di uomini nella morsa del Covid-19. Ma è felicità affidabile, avvisa con realismo e con amore Camus per bocca del suo dottore, se non si smarrisce la consapevolezza che “questa non può essere la cronaca di una vittoria definitiva”

Giuseppe Frangi

 

Avvisi

La lettera dei Vescovi lombardi

Le celebrazioni con la presenza di fedeli sono sospese dall’8 marzo fino a nuova comunicazione, le chiese rimarranno aperte per la preghiera individuale e per l’incontro personale con i sacerdoti, si invita alla preghiera in famiglia e si dispone, analogamente a quanto avviene per le scuole, la chiusura degli oratori e delle relative attività educative fino a domenica 15 marzo.

 Domenica 8 Marzo, alle ore 11.00, dalla Basilica di Agliate  S. Messa presieduta dall’Arcivescovo, S.E. Mons. Mario Delpini,  – Trasmessa in diretta su su Rai 3 (digitale terrestre, non satellite, non hd) e sul sito della TgrLombardia

 La chiesa resta aperta per la preghiera personale.

In particolare, sabato dalle 16.00 alle 18.00

e domenica dalle 10.00 alle 11.00 e dalle 16.30 alle 18.00

per le confessioni e l’adorazione eucaristica